Ferie. Finalmente (?)

Da ieri sono in ferie. Il Blackberry vibra, la coscienza rimorde, qualcosa di inderogabile e dimenticato riaffiora ad intervalli regolari, ma passerà.
L’obiettivo della giornata di ieri era quello di tornare da Tirana nel più breve tempo possibile e dedicarsi a dare un po’ di colore alla mia pellaccia.
C’era un tempo in cui con Bnb si cominciava ad andare a Capocotta tutti i sabati e si era abbronzati da maggio a ottobre, come le Ragazze di Roma… E, a nulla valeva il fatto, puramente incidentale, che io la domenica sera regolarmente me ne partissi e tornassi nelle brumose terre pedemontane. Mare, mare, mare… Neanche fossi una Caretta Caretta.
Comunque, se il buongiorno si vede dal mattino, come inizio poteva decisamente andar meglio.
Caffè con le mie colleghe albanesi, due cazzate con il mio amico tassista, il solito traffico bestiale Tironz al “Palazzo delle freccette”, insomma, arrivo al check-in in zona Cesarini. Di solito funziona, ma stavolta no. L’aereo era in overbooking e quindi, raggiunto il numero max dipasseggeri, hanno chiuso il volo. “La mando a Roma via Malpensa”, mi dice il tipo con le spalline Alitalia e I peli nelle orecchie “Dopotutto stiamo già imbarcando, guardi a che ora è arrivato…” Vabbè.
Mi tocca pure ringraziare.

Sul volo per Malpensa, conosco Linditha, unica nota positiva della giornata, molto carina e molto solare, che torna in Italia dove vive e lavora, dopo essere andata a trovare I suoi in  Albania, vicino Shkodra (altri leggono Scutari).
Passiamo un’ora a parlare come se fossimo vecchi amici e quasi mi dimentico che sto sull’aereo sbagliato e chissà a che ora arrivo a casa (mare, mare, mare…) Atterraggio da brivido e ci salutiamo.

Io vagolo un po’ per Malpensa che dovrebbe essere un hub internazionale e invece, in uno dei giorni di maggior traffico (è ferragosto, dopotutto), sembra il set per un videogioco con gli zombie… Non-luogo, come tutti gli aeroporti, disperso in una brutta campagna pedemontana, duty free, Ferrari Shop, shopping mall dello sfarzo italiota con commesse decisamente svogliate e soprattutto consumate da un’estate e da un posto inutile che ormai nessuno vuole più.

Con appena 4 ore e mezzo di ritardo sul programma, alle 16 e 30 sono a Fiumicino… Il tempo di salire sul trenino (taxi, no grazie) e, siccome tanto per cambiare ero al telefono, mi accorgo che non ho timbrato il biglietto. Preso da un sussulto di legalità, scendo alla prima fermata (Parco Leonardo, a proposito di non-luoghi) per timbrare il biglietto, ma il treno riparte. Inutile dire che le tre obliteratrici sono tutte rotte e quindi mi rassegno ad aspettare il treno successivo…

La stazione ha due anni di età, ma ne dimostra almeno trenta e si rivolta come una biscia sulle mattonelle in quel misto di sporcizia e squallore, caldo rancido e orrore architettonico, che per quanto l’Albania si sforzi, non potrà mai uguagliare… Roma, la periferia di Roma, e, in particolare, la periferia di Roma-Sud, d’estate, sono, non il terzo, ma il quarto mondo… Almeno fino a che sono vuote e assolate…
Quando arriva gente (e purtroppo arriva sempre) diventa il quinto.
Era di tempi di Brutti, sporchi e cattivi che non vedevo scene simili e che pensavo dimenticate e sepolte nella Roma delle baracche degli anni 70.
Una famiglia urlante di donne grasse, adolescenti obesi e urlanti, una bambina incinta e due passeggini irrompe nella stazione urlando in due telefonini diversi, in una lingua sconosciuta. A metà fra il siciliano e il napoletano (sinceramente, c’ho un po’ di orecchio per queste cose, ma questa volta era davvero al di là di ogni comprensione). Tutti, dalle due donne agli adolescenti grassi alla bambina incinta, fumano incessantemente (oltre ad urlare come ossessi). Ecco, finalmente, ho visto dal vivo le persone che nelle trasmissione di denuncia devono sottotitolare… Orrore nell’orrore.

La stazione piano piano si riempie e le grida belluine si confondono con un più normale schiamazzo da adolescenti in uscita dal centro commerciale in un torrido pomeriggio d’agosto. Fanciulle in fiore, occhialate e truccatissime, coatti con pantaloni calati e cappelletti, brutti e poveri di spirito, come sempre, ma decisamente più digeribili, rispetto a quel grumo di lumpen-proletariat fumante, figliante ed urlante poco più lontano.

Arriva il treno e ingoia questo minestrone di mostri, me compreso. Il tempo di apprezzare le pitture rupestri su finestrini, sedili e altro materiale rotabile in transito, di sbirciare le effusioni di una coppia di zingarelli (lei incinta, ovviamente), di assistere a discussioni sulla disabilità e sulla civiltà dei paesi nordici (dico, ma dove pensate di stare? Vi siete guardati intorno?) e, a passo di lumaca, arrivo alla mia stazione con appena 8 minuti di ritardo (su 40 totali, non c’è male). Non senza, aggiungo, essere stato torturato ad ogni stazione da una voce molto british che conclude l’annuncio del ritardo dicendo “On behalf of Trenitalia, we would like to apologize for the inconvenience”. Fossero solo gli otto minuti di cui vi dovete scusare.

Una rampa verso la luce, bagaglio in macchina…. Mare, mare, mare…

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