Sulla fantascienza (o dell’unire i puntini)

C’è un annoso dibattito con l’amico Bnb e riguarda la fantascienza.

Io sono un lettore abbastanza vorace e, purché non siano scrittrici donne, leggo praticamente di tutto. Anche la fantascienza, quindi.

Diversamente da Bnb, non posso dire tuttavia di esserne appassionato, anzi devo dire che piuttosto spesso la lettura di tomi ponderosi e – sono il primo ad ammetterlo – pieni di buoni idee e di altrettanto buoni propositi, mi lasciano con l’amaro in bocca. Sia dopo, sia – peggio – durante la lettura. Perché?

Un libro è una storia. E una storia, per quanto complessa e intricata, ha uno svolgimento monodimensionale: sono una o più linee che si svolgono lungo l’asse del tempo. Queste linee si possono percorrere avanti e indietro, si possono filtrare e stravolgere adottando punti di vista diversi, ma rimane il fatto che, quando si parla di “una certa cosa”, quello è l’argomento, lì sta succedendo qualcosa, lì c’è un prima e un dopo e il resto, l’area intorno alle linee… Beh, il resto è contesto.

E qui ci avviciniamo a ciò che mi infastidisce della fantascienza. Io – non so se è corretto – individuo due filoni principali di fantascienza: quella cerca di creare e descrivere una realtà alternativa e quella, più ambiziosa, che vuole creare un mondo alternativo vero e proprio.

Il primo tipo, la realtà alternativa, è quella dei racconti di Philip K. Dick o di I, Robot di Asimov, del film Inception, in cui, all’interno di un mondo molto simile al nostro, si innestano degli aspetti “fantascientifici”, tipo la capacità di prevedere il futuro (Minority Report, Paycheck, Flashforward), tutto il filone dei viaggi nel tempo (Timeline, per esempio, o Ritorno al futuro, per restare nel pop), alla creazione di manufatti senzienti (Blade Runner, I, Robot), fino a cose esotiche tipo la manipolazione dei sogni (Inception). Tutto il resto rimane così come lo conosciamo, tranne che per quel singolo aspetto, il cui effetto sul resto delle cose ha effetti dirompenti e giustifica la storia. Per certi versi, anche se non è propriamente fantascienza, è il caso di tutto il filone supereroistico (da Spider Man, a Watchmen, a Smallville e Heroes). Il pericolo che si corre in questi casi è, al massimo, quello di ingarbugliare troppo la storia e dare modo al lettore/spettatore di farsi qualche domanda di troppo, spesso non tanto sul racconto principale, sul quale vige il rapporto di fiducia implicito nella finzione creativa, ma sul contesto, che finisce per distruggere l’illusione (è il caso di Flashforward, la serie TV, per esempio).

Il secondo esempio, il mondo alternativo (o talmente lontano nel tempo da essere alternativo de facto), è qualcosa di decisamente più ambizioso e, secondo me, quasi regolarmente fallimentare. E’ il caso della saga di Star Wars, di alcune saghe Marvel, Battlestar Galactica, di Falling Skies e di una marea di libri di cui l’amico Bnb è avido lettore e che io sopporto piuttosto poco. Qual è il problema qui?

Innanzitutto, bisogna dire che le arti visive (cinema, TV e, in parte, anche i fumetti) sono avvantaggiate in questo esercizio rispetto al romanzo perché la forza icastica delle immagini fornisce degli appigli alla fantasia del fruitore che nessuna descrizione per quanto minuziosa può ricreare, almeno non con altrettanta efficienza (*). Ma nonostante ciò, essendo la storia legata alla propria mono-dimensionalità, il contesto è inevitabilmente trascurato, sia in termini descrittivi (come è fatta una città del 3077 d.C.? Come funziona la velocità iperluce? Perché questi vivono 250 anni?), sia soprattutto in termini psico-socio-economici (come funziona una città del 3077 d.C.? Come sono i rapporti quotidiani fra le persone? Se tampono l’astronave che mi sta davanti, faccio il CID?). In altre parole, se la storia è talmente immaginifica che anche il contesto non mi è familiare, io inizio a pormi troppe domande sulle aree oscure intorno alla linea della storia e, non sapendo colmarle con la mia fantasia e pur apprezzando lo sforzo dello scrittore/sceneggiatore, mi stranisco e il più delle volte lascio perdere.

Insomma, io ritengo che il contesto può essere ignorato solo nel caso in cui il lettore sia in grado, anche inconsciamente, di ricrearlo nella sua testa mentre legge. Se Harry Bosch nel mezzo di un’indagine prende la macchina e va da Echo Park a Malibu, io pur non essendoci mai stato, mi immagino una strisciata di boulevard, venditori di ciambelle, afroamericani con cerchioni in lega controrotanti, insomma cose viste e lette in altri tempi e in altri luoghi, che mi permettono di colorare un pezzettino di area intorno alla linea tracciata da Bosch nel suo percorso. Tutto questo risulta evidentemente impossibile, quando, solo girando pagina, si è cambiato sistema solare e, spesso, anche andati avanti di un paio di generazioni.

C’è, a pensarci bene, un terzo caso, più paraculo, che si pone a metà fra i due estremi appena descritti.

E’ quella che io chiamo “fantascienza in spazio (e tempo) confinato“. Se io riesco a mantenere, sia pure in un contesto fantastico, una aristotelica unità di tempo, di luogo e di azione (è il caso di Aliens, Avatar, The Abyss, Game of Thrones, Il Signore degli Anelli), ho il tempo e il modo di creare un mondo parallelo e isolato, in cui però le uniche dinamiche degne di nota sono quelle al centro della storia: il rapporto fra Na’vi e invasori terrestri o quello fra i vari personaggi di Sfera, per fare qualche esempio. In questi casi, il contesto è funzionale alla storia e la limitatezza dei rapporti in essere non rende necessarie spiegazioni ulteriori (**).

(*) E non dimentichiamo che, accanto alla sua esalogia, George Lucas si è sentito in dovere di pubblicare diversi albi a fumetti per riannodare un po’ di loose ends.

(**) Il filone fantasy ha l’ulteriore vantaggio, oltre allo spazio-tempo confinato, di assomigliare molto a una certa idea di Medioevo, con la quale, vera o falsa che sia, siamo tutti abbastanza familiari.

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