Un po’ di storia albanese (per come l’ho capita io)

Nel mio periodo balcanico non mi sono mai soffermato più di tanto sulla situazione politica in Albania: visti i recenti accadimenti, mi pare giusto condividere con chi avrà la pazienza di leggere alcune notizie e molte riflessioni su come vedo la situazione.

Premetto, ed è importante, che le mie riflessioni nascono da letture e osservazioni locali; ben poco, invece, al contrario di quanto si potrebbe pensare, ho potuto ricavare dalle conversazioni con la gente. Questo a causa del fatto che, anche fatta la tara alla giovanissima età media delle persone con cui avevo a che fare quotidianamente, la politica non era assolutamente in cima ai pensieri della gente, indipendentemente dalla cultura, dall’estrazione sociale e dalla storia personale di ciascuno.

E qui veniamo alla prima considerazione: il patriottismo. Loro (generally speaking, ovviamente) sono orgogliosi di essere Albanesi, molto più (e aggiungerei molto più inopinatamente) di quanto noi siamo orgogliosi di essere Italiani. Cioè, noi, anche in tempi migliori di questi (per chi se li ricorda), potevamo sentirci più o meno contenti di essere italiani, più o meno fortunati rispetto ad altri popoli, ma il patriottismo (in senso lato) era sempre legato al confronto fra l’accidente di essere nato in certo luogo geografico e quanto ci poteva andare peggio; sempre comunque in una dimensione personale relativa ai “gusti” dell’individuo. Ovviamente, parlo per me e per la gente che conosco, ma se devo essere orgoglioso per la storia che mi porto dietro, per la cultura che i miei antenati hanno prodotto, dei tesori artistici e naturali che sempre per un accidente mi circondano, beh penso che quasi tutti i popoli e, soprattutto, le persone della Terra possano trovare, magari accontentandosi, motivi di orgoglio analoghi.

In Albania no, in Albania gli piace proprio essere Albanesi e questo li porta a trovare il bello in quello che magari è solo “normale” o addirittura kitsch, a parlare del “loro” mare o delle “loro” montagne come i posti più belli del mondo, a far sventolare la loro bandiera su qualsiasi manufatto più alto di 30 cm e a vedere l’emigrazione sempre come una faccenda necessaria, ma temporanea… L’obiettivo è sempre tornare. L’Albania è anche la prova, a mio modestissimo parere che il “patriottismo” serve, forse, a far nascere un paese, ma una volta nato, bisogna farlo crescere facendo entrare in gioco fattori meno romantici e il patriottismo allora non serve più, anzi rischia di far danno.

Ho letto libri per capire le ragioni di tutto ciò e per non liquidare l’atteggiamento, come ho sentito fare da altri, con una scarsa dimestichezza con il resto del mondo dovuta a secoli di isolamento e al regime comunista più oscurantista della storia.

Le coscienze nazionali da quando esistono si addensano intorno ad alcune idee forti: lo stare all’interno di evidenti confini geografici naturali, condividere le stesse usanze e tradizioni, il praticare la stessa religione, il parlare la stessa lingua. Per dirla con Manzoni: “Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor.

Per la formazione di certi Stati, alcuni fattori sono prevalenti rispetto ad altri. L’Italia probabilmente è unita (si fa per dire) essenzialmente grazie al patrimonio di storia comune, a una certa uniformità etnica e soprattutto al ruolo pervasivo della religione cattolica. I Balcani invece, da sempre più sfigati e tormentati, hanno sempre avuto l’imbarazzo di scegliere lungo quale linea di frattura dividersi. Ci sono slavi, greci e albanesi. Ci sono cattolici, ortodossi e musulmani. Si parla slavo, greco, albanese. Si scrive in cirillico, i caratteri greci, in caratteri latini e in caratteri arabi (almeno fino a poco tempo fa). Su questo terreno  minato sono passati con la consueta grazia dominatori romani, barbari, turchi, veneziani, fascisti e comunisti. E buttace pure la saponata, direbbe qualcuno. Al confronto la storia d’Italia dai tempi di Dante ad oggi è un romanzo d’appendice.

Di tutte le linee di frattura possibili, quella d’elezione per i Balcani è stata quella religiosa. La battaglia della Piana dei Merli in Kosovo (Kosovo = merlo) del 1389 ha visto soccombere la “meglio gioventù” serba (re e principi compresi) davanti al Gran Turco conquistatore. Sarà stata anche una vittoria di Pirro e ancora ricordata in Serbia come il momento culminante della loro nazione (riguardatevi i tatuaggi di Ivan Bogdanov), ma ha di fatto segnato il cambio di marea fra il cristianesimo (ortodosso e anche in parte cattolico) e l’islamismo nei Balcani. Per cinque secoli infatti, la situazione politica è rimasta cristallizzata sotto la cappa dell’impero Ottomano.

Pur non essendo una teocrazia islamica (erano tempi civili, allora), le religioni non islamiche furono, se non perseguitate, sicuramente “scoraggiate”. L’Islam si è così diffuso fino alla virtuale “turchizzazione” di molte aree. E qui veniamo all’Albania.

La lingua albanese è l’ultimo sopravvissuto dei dialetti delle tribù illiriche che, prima dell’arrivo delle popolazioni slave, abitavano i Balcani occidentali. Tra parentesi, Wikipedia, ci dice che si tratta di una lingua indoeuropea, “come provato nel 1854 dal filologo tedesco Franz Bopp” (segno che così “evidentemente indoeuropea” non era…). La religione di queste tribù era cattolica (sulla costa) e ortodossa (sulle montagne e a Sud), ma di base già allora se dovevano essere qualcosa erano Albanesi, perché diversamente dai vicini parlavano quella lingua lì. L’arrivo del Gran Turco e lo “scoraggiamento” dei culti non islamici, ha trovato terreno fertile tra gli Albanesi di allora (sia pure con qualche iniziale difficoltà provocata da un famoso attaccabrighe) e, piano piano, moltissimi si sono convertiti all’Islam. Del tipo: “Famo contenti questi [turchi], tanto noi semo albanesi e parlamo l’albanese e nun ce capisce nessuno“.

Questa situazione ha portato, nella seconda metà dell’800, al risveglio delle coscienze nazionali e alla crisi dell’impero turco, a quella che io chiamerei l’anomalia albanese: mentre tutti si azzuffavano, accampavano diritti e sognavano patrie su basi religiose (serbi-ortodossi, croati-cattolici, greci ortodossi, filoturchi-islamici), gli albanesi reclamavano l’indipendenza di uno stato (mai esistito, peraltro) multi-religioso su base linguistica. Nessuno, soprattutto gli inglesi, li capiva (in tutti i sensi) e nessuno li filava. Anche fra loro non è che andassero molto d’accordo, visto che anche riguardo all’unico loro asset, la lingua appunto, non avevano ancora deciso se scriverla con caratteri latini, cirillici o arabi. Segno questo che scriverla, questa loro lingua, non fosse in cima alla lor scala di priorità.

Anche se, dopo la caduta del comunismo, il periodo è stato necessariamente rivalutato e lucidato, nella prima metà del ‘900 l’indipendenza albanese è stata più virtuale che reale. Satrapi locali, lotte intestine, guerre civili, pulizie etniche, giochi di alleanze da mosche cocchiere, monarchie da operetta, fino al “ground zero della sfiga” in tema di politica internazionale: il protettorato italiano. Roba che se uno lo racconta, ti prendono per matto. Di fatto, a mio modesto parere, l’unico vero risultato di questa presunta indipendenza è stato quello di abituare il mondo al fatto che potesse esistere uno stato albanese, una cosa che stava lì, tra Montenegro e Grecia e che prima o poi sarebbe pure riuscito a farsi vedere.

Poi c’è stata la guerra, un contributo cazzuto delle brigate partigiane comuniste e poi è arrivato il regime. Non voglio qui parlare di danni, purghe, inadeguatezze e follie (magari ne parliamo un’altra volta), voglio solo notare il fatto che il regime ha insistito sull’albanesità come naturale complemento e “marcia in più” verso il sol dell’avvenire e specularmente ha soffocato quel poco di sentimento (multi)religioso che caratterizzava il paese. Sulle magnifiche sorti e progressive portate dall’albanesità e dal comunismo stendiamo un velo pietoso, mentre bisogna dire che la proclamazione di Enver Hoxha nel 1967 dell’Albania come “primo Stato ateo al mondo” non era e non è ancora oggi tanto campata in aria. Metodi a parte, nella grande maggioranza della popolazione e della vita sociale la religione è quasi assente, al punto che non è nemmeno chiaro come si ripartiscano percentualmente le tre religioni principali (islam, cattolicesimo e ortodossia) fra la popolazione.

L’unico filo conduttore ininterrotto dai tempi bui sotto i Serbi, attraverso Skanderbeg, il Gran Turco, i casini del primo ‘900, la dominazione italiana, la guerra e il comunismo, è stata proprio l’albanesità, un nazionalismo virtuale, ma potente e, direi, quasi irrazionale. Ed è da lì che bisogna partire per interpretare l’Albania di oggi.

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4 pensieri riguardo “Un po’ di storia albanese (per come l’ho capita io)”

  1. non so come sono finita sul tuo blog ma ho riso e riflettato nello stesso tempo (in Albania gli piace proprio essere Albanesi, haha). e sempre interessante e divertente leggere le opinioni di stranieri sull proprio paese 🙂

    1. Grazie, Dorina. Avevo sempre desiderato conoscere cosa ne pensasse una persona albanese delle mie teorie. Buona estate.
      A

      PS: mi sa che abbiamo un’amica comune. 🙂

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