The Edirne Effect

Edirne, se non lo sapete, è una città della Turchia Europea. In passato, si è chiamata per lungo tempo Adrianopoli ed è famosa, nel mio contorto immaginario, per essere la città in cui si è combattuto più volte nel corso della storia. Una delle tante, la più famosa, nel 378 d.C. i Goti, guidati da Fritigerno, sconfissero i “Romani” (virgolette d’obbligo) e lasciarono sul campo – incredibile dictu – anche il cadavere dell’Imperatore Valente. Fu l’inizio della fine.

Il fatto che vi si sia combattuto più volte (tipo 15 o 16 in tempi storici) lo appresi leggendo questo libro (che vi consiglio caldamente), una delle cui numerose tesi era che – gira, gira – i posti in cui “aveva senso” dare battaglia, almeno prima della guerra totale del XX e XXI secolo, sono in numero piuttosto limitato e di conseguenza si tendeva a combattere sempre negli stessi luoghi. Adrianopoli deteneva il record, ma c’erano anche diversi altri esempi.

Non è però di questo di cui vi voglio parlare stavolta.

Tempo fa, se siete assidui del blog lo sapete, sono stato qualche giorno ad Istanbul e, visto che sia io sia l’ottimo Bnb (ve lo ricordate?) avevamo letto il libro di cui sopra e ne eravamo rimasti affascinati… “Potremmo fare un salto a Edirne, tanto è qui vicino… Magari basta prendere un autobus fino al capolinea. Tipo Anagnina…” E infatti…

 

Edirne

Come potete vedere dall’immagine, quello che si pensava stesse “appena fuori Istanbul”, si trovava in realtà a 250 km, praticamente a Firenze. Checcevò… E’ un attimo.

Presa questa fiammeggiante cantonata, mi sono messo a riflettere sul perché i miei altrimenti ben sviluppati sensi dello spazio e dell’orientamento abbiano fallito in questo modo. La spiegazione che mi sono dato è tanto semplice quanto illuminante.

Benché Istanbul sia effettivamente “qui vicino”, nel senso che si trova a distanza “europea” da Roma, essa è pur sempre una città turca e pertanto, sugli atlanti, viene rappresentata sulla cartina dell’Asia (Medio Oriente). In quelle mappe, su cui io e molti di voi abbiamo costruito la nostra visione del mondo, la Turchia Europea è un fazzoletto di terra trascurabile: probabilmente, se sul Bosforo non ci fosse Istanbul ma un piccolo villaggio di pescatori, nemmeno la prenderemmo in considerazione, una cosa tipo l’exclave russa di Kaliningrad.

Il problema, ovviamente, è la scala. Girando le pagine dell’atlante, le scale cambiano e di molto: così Istanbul sembra grande come la Città del Vaticano e la Turchia Europea grande come l’Intra-Raccordo (a.k.a Roma). Di qui, checcevò, basta prendere il tram giusto e arrivi a Edirne.

Questa “cosa” di toppare le distanze e i relativi tempi di transito a causa di un mondo immaginato senza tenere conto delle scale, l’ho chiamata, comprensibilmente, Effetto Edirne (o Edirne Effect).

Lì per lì, non avvezzo a simili abbagli, mi sono un po’ vergognato della mia superficialità e ho pensato che fosse un problema solo mio.

In realtà, no. Innanzitutto, l’atlante delle medie è profondamente cablato nella mia testa e, anche essendo ormai consapevole di questo mio bug, tendo a ripetere lo stesso errore piuttosto frequentemente (sia pure in modo generalmente più discreto). Per esempio, quando sono andato al Karibbe l’anno scorso, quindi ben dopo l’elaborazione della teoria, non avevo per niente preso in considerazione il fatto che il resort potesse trovarsi a più di venti minuti di pullman dall’aeroporto (in realtà, stava a un’ora e tre quarti: praticamente a Gaeta).

Ma vedo anche che sono in ottima compagnia. Per esempio, giorni fa, su Facebook mi è capitata sott’occhio questa cosa qui.

tonno

La zona di pesca FAO 61 (o 71) sono tratti di mare/oceano enormi, grossi ciascuno come continenti interi: preoccuparsi, a partire da un numeretto scritto sul cartone del tonno, della contaminazione di Fukushima è un bell’esempio complottista dell’Effetto Edirne. Praticamente, giapponesi, coreani, cinesi e filippini e altri popoli “limitrofi” non potrebbero nemmeno avvicinarsi al mare, per fare un bagno o – non sia mai – per pescare, perché “lì vicino” (sulla cartina, ovviamente) “c’è stata Fukushima”. Ah, non è così? Vatti a fidare… Intanto, faccio girare la storia del tonno!1!!1!

Oppure, se tutti fossero immuni all’Effetto Edirne e avessero ben chiaro quanto è grande il Brasile, non avrebbe senso che l’Economist pubblicasse un grafico come questo (situazione surreale, indeed).

economist

Oggi, il mio Atlante Geografico Metodico (dove ho imparato capitali e bandiere, monti e fiumi, climi e coordinate), con la sua cartografia mercatoriana troppo eurocentrica, è stato soppiantato da Google Maps, ma ancora non ho capito se è un bene o un male. Da un lato, l’ho fatto l’altro giorno, ho potuto misurare quanto ci vorrebbe in auto/moto da Vladivostok a Magadan nell’ascella della Kamchakta (sono appena 5.063 km, più della metà della Transiberiana) e scoprire che a PetroPavlosk, sulla punta della Kamchakta, la meta originale del mio progetto di gita, nemmeno c’arriva la strada… Dall’altro però, combattendo su e giù con lo zoom, continua a perdersi la percezione delle distanze, l’indicazione della scala lì in basso appare e scompare e comunque, presi dall’esotismo dei luoghi, la si guarda poco.

Insomma, l”Effetto Edirne è sempre in agguato. Statece.

Ora chiudo qui perché il post è già un bel pippone, ma mi ripropongo di aggiungere ulteriori esempi dell’Effetto Edirne, man mano che mi vengono in mente. E – tremate – me ne vengono di continuo.

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2 commenti su “The Edirne Effect”

  1. Non sapevo esistesse questo libro di Keegan. Io ho letto “Il volto della battaglia” e “La maschera del comando”: belli, ma un po’ pedanti – specie il secondo… questo è meglio?
    E a Magadan che ti sei perso? Sei sulle orme di Salamov?

    1. Il volto della battaglia è davvero pedante, concordo. Questo è molto diverso e, come dico nel post, straconsigliato. Su Nagaland, sì, la Kolyma c’entra, ma essenzialmente quando hai voglia di esplorare il nulla, un punto di riferimento ci vuole. E poi non è che ci sia tutta questa scelta.

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