Il pauperismo e i draghi di Komodo

Non so se quanto sto per scrivere è vero, ma è un’impressione persistente che ho da un po’ di tempo. Da quando, per capirci, la cosiddetta antipolitica ha preso il sopravvento sulla politica. La casta, i benefici, i vitalizi, la mensa di Montecitorio, Grillo che ha mangiato pesante, indignazioni e forconismi vari, reali o virtuali che siano.

Il dibattito, che ruba la scena a questioni molto più importanti per la vita di ciascuno in modo preoccupante e a volte quasi doloso, è la riedizione pedante, petulante e urlata della antica guerra del ricco contro il povero. Una guerra permanente in cui i nemici non mancano mai, perché c’è sempre  qualcuno che è più ricco di te e qualcun’altro che è più povero di te. Il problema di questo pauperismo d’accatto, quindi, sei più tu che t’incazzi, che non lui che è ricco. Il ricco stronzo col SUV, il politico incapace e pieno di prebende, l’evasore in vacanza a Cortina con bionda rifatta e colbacchi di pelliccia, sono tipi umani molto discutibili, ma il loro vero problema non è la ricchezza in sé, ma rispettivamente la stronzaggine, l’incapacità e la disonestà. Ed è contro quelle che bisognerebbe scagliarsi (in particolare verso la prima). Certo, tutti dicono che questi (e solo questi) sono i motivi per cui s’indignano, ma il punto è che quello che scoccia è la ricchezza molto maggiore della propria. Se mai si dimostrasse che il tassista e il gioielliere effettivamente evadono come dicono perché non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena (me possino cecamme), la simpatia nei loro confronti, a parità di reato, salirebbe.

Prendete trasmissioni tipo PiazzaPulita, svuotate tutti i suoi servizi dal dualismo ricco-povero e sostituitelo con il dualismo onesto-disonesto, capace-incapace, ecc., converrete con me che resterebbe ben poco della potenza comunicativa del programma e anche il povero più indignato cambierebbe canale. Tutte le volte che questi “dualismi accessori” vengono tirati in ballo, mai andiamo a verificare se chi li sventola abbia veramente la coscienza pulita, se è veramente capace come afferma, se, insomma, in quello che dice c’è anche un barlume di proposta e non solo una vuota indignazione… Qui il sottotesto è: “E’ povero e, in questa trasmissione, in quanto tale può dire ciò che vuole”

Anche se una ricchezza smodata amplifica l’eventuale sdegno, non dovrebbe mai diventare essa stessa la causa di quello sdegno. Io conosco diverse persone che percepiscono stipendi bassi, al limite della sussistenza in una città come Roma, e posso anche capire che certe disparità brucino sulla loro pelle più di quanto brucino ad esempio sulla mia. Quello che però non capisco è il discorso che molti fanno “Guarda ‘sti politici ignoranti quanti soldi prendono per non fare un cazzo e io che c’ho tre lauree, invece, ecc.” Beh, a questi vorrei dire che ci sarà sempre qualcuno che ha meno lauree di te e prende molti più soldi di te, quindi concéntrati su altro: sulle loro responsabilità, sulla loro onestà, sulla loro utilità. Lascia che queste legittime critiche siano il tuo fine per cambiare le cose e non il tuo mezzo per contestare loro lo stipendio… E magari, già che ci sei, pensa anche che qualcuno, tu o persone vicine a te, li avrà pure eletti…

Poiché penso tutto questo sull’argomento, mi sembra interessante il caso dei deputati leghisti che sono incazzati come draghi di Komodo per l’eventualità che cambino le regole e non percepiscano il famoso vitalizio. Da un punto di vista politico, umano e ideologico (la Lega è un partito ideologico, se non ve ne foste accorti), fanno ribrezzo, come fa ribrezzo il silenzio della Pravdania sulla faccenda. Ma fin qui è come sparare sulla croce rossa, quindi concentriamoci sul lato antropologico della cosa.

Fatti salvi i servitori dello Stato al di sopra di ogni sospetto, i politici “di complemento”, i peones, della Prima Repubblica si potevano dividere socio-culturalmente in due macro-categorie: notabili locali e quadri di partito. Entrambi i gruppi, gli uni per storia personale, gli altri per ideologia, godevano dei benefici che la politica dava loro, ma questo fatto non cambiava il loro modo di essere. Erano sì professionisti della politica, ma da un punto di vista puramente economico, la loro condizione di vita non cambiava radicalmente. Chi era già ricco, lo era un po’ di più, chi non lo era, diventava una persona benestante e il resto lo dava al partito (*). Insomma un ottimo posto pubblico come ce ne sono diversi.

Nella Seconda Repubblica, il quadro è cambiato. Accanto a quelli che vengono da lontano e ricadono nei gruppi precedenti, ci sono una marea di Signori Nessuno. Molti dei quali – si pensi agli avvocati di Berlusconi o a personaggi come Colaninno e Calearo – non sono poveri in canna, ma che da persone ricche e abituate ad esserlo certo non sputano sopra al surplus di reddito che l’attività parlamentare garantisce loro e la usano con criterio. A prescindere dalla stima per i diversi soggetti, non credo comunque che, se un destino cinico e baro li privasse di quel reddito e dei relativi privilegi, la loro vita cambierebbe più di tanto. Il problema sono gli altri Signori Nessuno, i Signori Veramente Nessuno, tipo il pattuglione leghista, tipo il mignottame vario, tipo qualcuno tirato in lista a sinistra sull’onda di battaglie momentanee, tipo i personaggi impresentabili con cui Di Pietro ha riempito le sue liste (e ancora ci deve spiegare dove li ha trovati)…

Per questi, a prescindere dalle simpatie per gli uni o per gli altri, il diventare deputati (spesso cavalcando l’antipolitica nel nome del primato della società civile) nel momento di maggiore esagerazione di emolumenti e privilegi, la vita è davvero cambiata. Indipendentemente dal fatto che fossero poveri o benestanti prima e in particolar modo per persone abituate a percepire un reddito a fronte di un lavoro, trovarsi tutti quei soldi (ma non solo) in tasca, sia ora sia in futuro in virtù del vitalizio, è stata la svolta delle loro vite. Attenzione, però, che  dicendo questo non voglio svilire il lavoro del parlamentare: il punto è che la maggior parte di queste persone vengono da storie personali e contesti socio-culturali in cui il concetto di lavoro, pur rispettabilissimo, è totalmente diverso da quello che si dovrebbe fare al Parlamento e, soprattutto, salvo le eccezioni che sicuramente ci saranno, sono totalmente inadeguati per svolgerlo, anche se volessero. Sempre rimanendo in campo Lega, a parte il valore simbolico di replicare a Monti in divisa da operaia, quale può essere il contributo alla politica dell’On.le Munerato? La passione – anche quando e se c’è – da sola non basta, né al Parlamento, né altrove.

E quindi, da brave formichine, si saranno fatti i loro conti. Avranno comprato case, fatto investimenti, utilizzato quei soldi come se fossero un reddito normale, come se fossero impiegati pubblici solo un po’ più fortunati degli altri. E quei conti che si sono fatti, nel momento in cui, sull’onda della stessa antipolitica con cui nelle brumose lande prealpine fanno i gradassi, dovessero rivelarsi sbagliati, la cosa avrebbe lo stesso effetto dirompente dell’abolizione dell’articolo 18 per il lavoratore sindacalizzato e consapevole del suo fancazzismo. L’effetto drago di Komodo.

 

(*)  Poi, vabbè arrivarono gli anni ’80 e i Socialisti, ma, oltre al fatto che era già un’età argentea, era più una faccenda di potere e corruzione che di privilegi da difendere.

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