Qualcosa è andato storto?

E iniziamo con un irrinunciabile e improcrastinabile post sulla fantascienza. E’ un tema già affrontato diverse volte, ma durante un bel giretto (620 km da mattina a sera) con l’amico Jedan, abbiamo discusso di un aspetto particolare che vorrei qui raccontarvi.

Inizio con il mio solito disclaimer (fantascientifico), quello cioè che recita: “Io ho letto diversi libri fantascienza, sono moderatamente attento a questi temi, ma in nessun caso posso ritenermi “una persona informata dei fatti”, né tantomeno un esperto della materia“. Per ogni cosa che dirò qua sono sicuro che esisteranno uno o più contro-esempi fighetti e saccenti; penso però anche che la validità del discorso in generale non ne venga modificata nella sostanza.

Jedan osservava che “Marinetti c’aveva preso molto più di tanti guru della fantascienza che sarebbero venuti dopo“. Con un paio di citazioni dotte (che gli chiederei di inserire nei commenti perché me ne ricordo il senso, ma non la lettera), diceva che FTM aveva previsto internet e i social network, il vivere connessi ai propri simili, il poterne conoscere istante per istante dove sono, cosa fanno e come stanno (*).

E’ però un fatto che il presente di oggi, quello che era il futuro prossimo di molta produzione fantascientifica, è completamente diverso da quello che si era previsto.

La fantascienza scritta negli anni 60 e 70, anche se lì per lì non lo sembrava, era un’emanazione diretta del presente di quegli anni. Trame a parte (**), la rappresentazione del futuro, che è poi la ragion d’essere della letteratura di fantascienza, era quella di un presente on steroids.

Le auto del futuro erano volanti, sghicie, fichissime e velocissime, ma oggi come ieri erano il simbolo e il mezzo per eccellenza della mobilità individuale, diverse nell’aspetto, ma identiche nella sostanza alla  Plymouth con le pinne del travet americano anni ’50 in giacca stazzonata e fedora. Il nostro presente – e quindi il vero futuro – sta prendendo una piega un po’ diversa da quanto preconizzato e la mobilità individuale, per quanto vada nei fatti ancora per la maggiore, è vista sempre più come un qualcosa da limitare più che da far crescere all’infinito: non credo che esistano libri di fantascienza in cui congestion charge, poll-car e car-sharing siano centrali nella narrazione.

Ancora più evidente è l’abbaglio preso con i computer. In 2001 – Odissea nello spazio (***), HAL è un supercomputer, super-intelligente, così super intelligente da sviluppare una coscienza ed un’agenda proprie . Anche in I, robot di Asimov, c’è un supercomputer che a un certo punto ha un sussulto di intelligenza e sbrocca. Ai fini del mio ragionamento le parole-chiave, nelle due frasi qui sopra, sono “super” e “uno”.

Il concetto di “super” è relativo al tempo ed è pacifico che, ai tempi in cui Kubrik pensava ad HAL, anche un 286 era ancora a 20 anni di distanza nel futuro… Nel frattempo comunque ci sono stati computer successivi molto più “super” (e molto meno ingombranti) del poro HAL, senza che in nessuno ci sia stato un guizzo di pensiero autonomo.

La faccenda dell’ “uno” è invece un po’ più spinosa. Il computer si è evoluto in modo assolutamente anomalo a partire da un certo punto tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80. Il concetto di super-computer al servizio di grandi imprese per le magnifiche sorti e progressive di una collettività più o meno illuminata, ha perso punti a vantaggio della miniaturizzazione e della personalizzazione della potenza di calcolo. Il personal computer, che ha segnato il nostro presente molto più di qualsiasi supercomputer, è un “elettrodomestico” personale che ci assiste nelle nostre piccole imprese quotidiane, spesso tutt’altro che fondamentali per le sorti del mondo. Ricordo che nell’88, quando mi è entrato in casa il primo personal computer, pur usandolo molto – per scrivere, ma soprattutto per giocare – mi trovavo davvero a mal partito a spiegare “a che cosa servisse” a chi non ce l’aveva. Questa difficoltà mi è rimasta per anni, anche dopo aver molto ridotto il tempo dedicato ai videogame, e in parte resiste anche oggi, là dove mi fermi a riflettere che circa 10 ore del mio tempo quotidiano è passato davanti ad uno schermo riconducibile alla categoria del Personal Computer. Il punto quindi è, se è ancora difficile da raccontare a cosa serve dopo che ha cominciato ad esistere in modo così pervasivo, figuriamoci quanto potesse essere difficile immaginarselo e costruirci sopra una narrazione quando ancora non esisteva. E infatti nessuno l’ha fatto.

Ma l'”uno” ha anche un altro aspetto, più subdolo. Dopo il personal computer, che ci ha fatto passare da “uno grosso” a “tanti piccoli”, qualcuno ha pensato bene di metterli in rete e di farli parlare fra loro questi piccoletti. Il concetto di rete (LAN, WAN, Internet) (****) è completamente estraneo alla fantascienza e, anche là dove c’è una vaga relazione client-server, non si esce mai dal concetto di “terminale”: schermo e tastiera stupidi e collegati al “cervellone” (del ministero), a sua volta collegato a nulla. Un’architettura che forse ancora sopravvive in qualche ufficio pubblico, ma superata dagli eventi nei primi anni ’90.

Di base, direi questo. La fantascienza degli anni ’60 e ’70 prendeva le mosse da un mondo industriale in pieno boom economico: la vita delle persone cambiava di giorno in giorno, grazie ad “oggetti” sempre più moderni e volti al benessere personale. L’industria inventava e produceva “oggetti”, la gente li usava e si sentiva al centro della freccia del progresso. Nel futuro, ci sarebbero stati altri “oggetti” che facevano meglio o più “in grande” quello che altri oggetti già facevano: auto che volavano, computer che pensavano, ma senza alterare in nulla la loro funzione nell’ordine delle cose. L’auto serviva per spostare il singolo, il computer per andare sulla luna, la pistola (laser) per ammazzare i cattivi a distanza ravvicinata (*****).

Il moderno era l’oggetto e l’industria che lo produceva. Ora l’industria tradizionale gode decisamente di cattiva stampa rispetto ad allora, si è trasferita in Cina a produrre cose “facili” a basso costo. I prodotti innovativi, in massima parte, non sono più “oggetti”, ma idee nuove accoppiate a ricomposizioni dell’esistente: sistemi, algoritmi, servizi, esperienze. Questo tipo di futuro ha spiazzato tutti, è decisamente poco letterario perché sembra girare in tondo e la freccia del progresso ha perso direzionalità ed è sempre più confusa. E le auto, nel frattempo, sono cambiate ben poco.

(*) Certo, FTM e compagni si esaltavano anche per la bicicletta come esempio supremo di velocità individuale e, come osservava giustamente Bnb tempo fa al Guggenheim di Venezia, non avevano tutti i torti, perché ai loro tempi una bici andava sicuramente più veloce di un’automobile.

(**) Anche sulle trame si potrebbe dire che riflettevano vagamente lo schema a blocchi contrapposti della guerra fredda, ma non ci ho elaborato tanto sopra.

(***) Quel futuro è passato da 11 anni.

(****) Ci sarebbe la faccenda Tron o del Neuromante di William Gibson o di Nirvana di Salvatores, che fanno della “rete” il nerbo delle rispettive narrazioni… Boh. A me sembra che parlino di cose molto diverse da quello che stiamo vivendo oggi, postulando una simbiosi uomo-macchina-rete che è oggi ben lontana dall’esistere e che, proprio in virtù di questo, rende quei mondi decisamente campati in aria, se non proprio implausibili. E, già che ci siamo, il Neuromante è un libro illeggibile.

(*****) A questo proposito, mi ho sempre apprezzato la scelta di Spaceship Troopers (Fanteria dello spazio) di mandare i troopers a sparare agli insettacci alieni con i mitra tradizionali.

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2 commenti su “Qualcosa è andato storto?”

  1. “Leggeremo libri di nikel non più spessi di un cm”

    “L’uomo del futuro saprà in ogni momento cosa fanno milioni di suoi concittadini”

    Suggerisco di andare a rivedere su Rai Replay il bel documentario sul futurismo italiano che Rai Storia ha mandato in onda un paio di mesi fa.

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