Cristo si è fermato a Eboli – 25 anni dopo

Di solito, non rileggo i libri che ho già letto, ma temo che, dopo aver riletto “Cristo si è fermato a Eboli” sull’onda del saggio di Banfield sul familismo amorale, dovrò cominciare a rivedere questa mia posizione.
Libri del genere suscitano tante e tali riflessioni che davvero non si sa da dove partire. Riflessioni sulla lettera del libro, sul modo in cui è scritto, sulla lingua che usa, sui personaggi che lo popolano, sulla cultura che rappresenta, ma anche sul perché leggere i cosiddetti classici, sulla letteratura, sulla lettura della narrativa in un contesto scolastico e sulle vulgate ideologiche che si addensano probabilisticamente intorno a queste opere gigantesche.

L’avevo letto per forza nell’estate fra la seconda e la terza media e, preso da partite a fregapalla e dal maelstrom ormonale, l’impressione che ne trassi fu più quella di un sopruso all’adolescenza che di un capolavoro letterario. Ora che l’adolescenza non c’è più (da un pezzo), l’impressione del sopruso è retrospettivamente duplice, visto che si aggiunge anche quello verso la mia intelligenza di lettore.

Non si capisce perché un ragazzo dovrebbe leggere un libro di quel tipo a quell’età, quando non è in grado di cogliere praticamente nessuno dei messaggi, dei riferimenti e dei contenuti. Sicuramente c’è una componente politica: la ricerca dell’indottrinamento precoce su quanto era cattivo il Fascismo, su quanto è ingiusta e immorale la società e su quanto un certo mondo rurale fosse cupo e arretrato rispetto alla vita di noi ragazzi borghesi, immersi nel progresso e nella sfavillante quotidianità degli anni ’80. Tutto vero per carità, ma arrivare a questo breakthrough sinaptico leggendo “Cristo si è fermato a Eboli” mi sembra un percorso inefficiente ed ellittico.  Sarebbe bastato leggere il giornale, guardare la tele o anche camminare per strada. Questo funzionava, almeno per me, altro che Carlo Levi.

La prima cosa che colpisce rileggendo il libro è che i contadini sono piuttosto assenti. Vengono nominati spesso, quasi sempre con le stesse parole, il “duro lavoro”, le “schiene cariche e curve per la fatica”,  la poca “terra improduttiva”, ma sempre a partire da situazioni, conversazioni e riflessioni esterne al loro mondo. Anzi, l’incomunicabilità fra quel mondo e gli altri, quelli dei signori, dello Stato e degli intellettuali, è data per scontata e ribadita lungo tutto il libro come causa ed effetto insieme delle profonde ingiustizie rilevate.

Quello che prende continuamente la scena è al limite la “civiltà contadina” con il suo portato di credenze magiche, superstizioni e codici comportamentali. Le “contadine” descritte, personaggi come la Santarcangelese e la Parroccola, sono streghe, interessanti in quanto perfettamente integrate in un sistema di valori che al contempo le emargina e le teme. La strega non è in quel contesto un essere sovrumano dotato di poteri soprannaturali derivanti dalla frequentazione del maligno, ma l’umanissimo tramite con l’unica vera religione, quella della Terra, preclassica e, soprattutto, precristiana.

Nulla muove questa civiltà parallela, né lo Stato, né i signori, né l’esperienza diretta di un mondo nuovo, quell’America subìta,  più che cercata da quei numerosissimi emigranti di ritorno. Nulla di quella “città celeste” portano con sé, non i soldi, non la cultura, non la lingua e meno che mai l’intraprendenza e il sogno. Segno che per moltissimi, come l’Amerigo di Guccini, l’esperienza della vita ha portato solo spaesamento e non benessere e crescita sociale.

Nulla cambia in questa perpetua macchina dell’ingiustizia a beneficio dei “signori” e dei preti. Tutto è così fermo che neppure loro,  i primi beneficiari, sembrano esserne consapevoli. Con l’avidità, con la burocrazia, con l’ignoranza nascosta sotto un latinorum borbonico, fanno il male e opprimono ma senza rendersene conto,  perché così è sempre stato e il loro tornaconto immediato è l’unica luce guida (ancora Banfield).

I contadini, queste masse da redimere e indirizzare verso il sol dell’avvenire, sono irrimediabilmente impigliate in un fatalismo atavico, “quello che sfianca e uccide”, e ogni loro tentativo di rivolta, ispirato da un senso di giustizia innato e primordiale, è destinato a spegnersi nel sangue o, più spesso, nel disinteresse.

Veduta di Aliano – Courtesy of Mariangela Loffredo, 2011

Privi di una cultura condivisa che vada oltre la “disciplina della Terra” e assolutamente esclusi da ogni forma di socialità e di accesso alle informazioni, i “contadini”, visti sempre come massa indistinta e incolore, vivono di epopee locali, come quella di Maria ‘a Pastora (*), brigantessa a cavallo, indomita e feroce. Lo stesso brigantaggio, “la quarta guerra d’indipendenza (perduta)  delle genti italiche” (forse ci tornerò sopra), acquista a ben vedere, nonostante la sua rimozione sistematica dalla storia post-risorgimentale, una dimensione gretta e utilitaristica,  una specie di regolamento di conti fra “signori”, sempre e comunque sopra la testa e la pelle dei contadini.

Per chiudere in allegria, due parole sul Fascismo. Se fra le intenzioni delle professoresse che ne imponevano la lettura precoce, c’era quella di renderci tutti antifascisti militanti, l’operazione anche qui ha funzionato a metà. Il Fascismo, infatti, con le sue ossessioni burocratiche, i suoi podestà, le sue adunate e il suo colonialismo straccione, risulta opprimente e ridicolo, ma non “cattivo”, e lo stesso Levi non se la sente di infierire più di tanto su un’esperienza che, come rileva più volte, sta sparando le sue ultime cartucce. Pur essendo al confino come antifascista, la sua critica è contro lo Stato, qualunque esso sia, come soluzione inadeguata e controproducente alle disuguaglianze fra contadini e signori. E contro il solito ur-fascismo degli Italiani.

Questo problema, nel suo triplice aspetto [culturale,  economico e sociale], preesisteva al fascismo; ma il fascismo, pure non parlandone più, e negandolo, l’ha portato alla sua massima acutezza perché per lui lo statalismo piccolo-borghese è arrivato alla più completa affermazione. Noi non possiamo oggi prevedere quali forme politiche si preparino per il futuro: ma in un paese di piccola-borghesia come l’Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono andate contagiando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, per evoluzione lenta o per opera della violenza, e anche le più estreme e rivoluzionarie fra esse,  saranno riportate a riaffermare, in modi diversi, quelle ideologie; ricreeranno uno Stato altrettanto, e forse più, lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano. (pag. 222)

(*) Maria ‘a Pastora mi ha ricordato molto Paddy Garcia dei Modena City Ramblers

Post scriptum: come anche il già citato saggio di Banfield, questo libro andrebbe fatto leggere a forza a tutti quelli che si riempiono la bocca di bio, di ritorno alla terra e di decrescita felice. Quanto si stava peggio quando si stava peggio…
Post post scriptum: tòcca anna’ in Basilicata. A tutti i costi.

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3 commenti su “Cristo si è fermato a Eboli – 25 anni dopo”

  1. La rilettura per me ha un duplice aspetto. Innanzi tutto appena chiusa l’ultima pagina dopo la prima inizio ad aprire il libro a caso, rileggendo qua e là e poi non disdegno rileggere a distanza di molti anni, spesso decenni visto che alla mia età posso permettermi simili intervalli!
    Ci sono infine libri letti come nel tuo caso a 13, 15 od anche 20-25 anni che riletti ora mi hanno dato emozioni ignorate allora non avendo la necessaria predisposizione d’animo. Qualche esempio: “Zivago”, “La ragazza di Bube”, “Niente di nuovo sul fronte occidentale” ed anche il tuo “Cristo si è fermato ad Eboli”.

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