Corsica/1 – DFW

L’anno scorso, forse ricorderete, per la settimana di ferie mi ero portato da leggere Libertà di Jonathan Franzen e ne ero tornato entusiasta. Del romanzo certo, ma ma anche della scelta del romanzo singolo. Un romanzo, una vacanza: poco ingombro, pochi pensieri, molta resa.
Quest’anno, in Corsica, ho voluto ripetere e, sempre in modalità great-american-novel, mi sono portato – strafacendo – Infinite Jest di David Foster Wallace: una botta da 1400 pagine (!) tra dipendenza da sostanze, tennis agonistico, anni sponsorizzati e irredentismi Québécois.

Anche qui, a proposito di coazione a ripetere, una nota di metodo, che per alcuni suonerà come le unghie sulla lavagna. Un tomo singolo da 1400 pagine è davvero impegnativo, non solo da leggere, ma proprio da gestire, da maneggiare e da portarsi appresso. Ebbene, l’ho tagliato in quattro parti (eek), così ragionando: un’opera di quella mole – per definizione – non può lasciare indifferenti, o è il libro della vita, o è una delusione da un chilo e mezzo. Nel primo caso, dopo lo smembramento sarei stato ben lieto di ricomprarlo e custodirlo con cura; nel secondo caso, invece, lo smembramento sarebbe stato il minimo che gli potesse capitare.

Non ne sono ancora certissimo – in fondo, se a un romanzo normale si danno più o meno 100 pagine di fiducia prima di giudicarlo una cazzata senza appello, ad uno da 1400 bisogna dargliene un bel po’ di più – ma temo che rimarrà smembrato e abbandonato.
In vacanza ho finito la prima tranche (mai parola fu più azzeccata) da circa 300 pagine, praticamente la dimensione di un romanzo normale quasi dignitoso e, davvero, proprio non ci siamo.
Io amo DFW, amo il suo personaggio da genio suicida e maledetto, amo, più in generale, gli scrittori americani intelligenti e sensibili, amo le riflessioni sull’ America (e quindi anche su di noi, fra qualche anno) fatte dall’interno. Ma soprattutto, di DFW, amo (e invidio) la capacità di osservazione antropologica che ritengo di avere anch’io (in scala molto ridotta, ovviamente) e me lo ha sempre fatto vedere come un maestro.

Beh, dopo 300 pagine di quasi-noia, posso dire che, pur mantenendo le sue caratteristiche distintive, DFW non riesce a far decollare Infinite Jest e a portarlo ad un livello decente di intrattenimento romanzesco.
La dimensione in cui DFW dà il meglio di sé è, sul mio personalissimo cartellino, il racconto, se vogliamo rimanere sulla letteratura “alta”, ma, meglio ancora, il saggio di costume. Penso alla esperienza della crociera di A supposedly fun thing…, ai resoconti sulla sua adolescenza tennistica in TTTT, alla sua disamina della poetica di David Lynch, ma più di tutti alla descrizione minuziosa dell’Illinois State Fair. In queste occasioni, ma anche in The girl with the curious hair o in Brief interviews, gli perdono le licenze poetiche, le abbreviazioni, gli acronimi e tutte quelle altre “zozzerie” che a me urtano, ma che fanno molto DFW.

Infinite Jest eredita tutto questo nel bene e nel male. Immaginate sette-otto di questi trip descrittivo – entomologici, tagliateli a fettine di una decina di pagine e alternate le fettine fra loro. Le fettine di un saggio sul tennis agonistico under 18, sulla dipendenza da marijuana o sui tatuaggi, anche se unite ad un clima para-grottesco, a qualche evanescente trama orizzontale e a qualche trovata umoristica (tipo quella degli anni e quella degli assassini paraplegici) , non riescono proprio a diventare delle sottotrame credibili.
Sono stato paziente, credo, ma un romanzo per me è davvero un’altra cosa. Ti deve “prendere”, ti deve far venire voglia di leggerlo: non deve essere necessariamente “agile”, né veloce, né, al limite, interessante, ma deve avere una direzionalità evidente. IJ, dopo 300 pagine a tratti anche godibili, proprio non ce l’ha…

Non so nemmeno se lo proverò a ricomporre con lo scotch… Anzi, col nastro americano.

Post simili a questo

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.