Campioni distorti

Scusate la deformazione professionale, ma oggi, leggendo questo articolo di Concita su Repubblica sulla deriva dei nomi dei nascituri sui muri delle sale d’aspetto, c’è qualcosa che non mi convince dal punto di vista metodologico. Ve ne metto un breve estratto, ma leggetevelo perché è interessante, soprattutto per chi come me non frequenta le sale di attesa dei reparti maternità.

I padri, specialmente, sono quelli che scrivono. I padri aspettano mentre le donne partoriscono e con loro i nonni, gli zii e a volte i cugini se va per le lunghe. “Papà Fabio aspetta Alysia“, da Fabio ad Alysia qualcosa di definitivo è successo nella cultura diffusa del Paese se è vero, come sempre è stato e sempre sarà vero, che nel nome che si sceglie per i figli è scritto il destino che vorremmo per loro. Papà Fabio, 22 anni, scrive che sentirsi papà gli sembra strano, “kissà xché”. Sono ammesse ipotesi di fantasia. Anche “nonna Laura e nonno Sandro che non vedono l’ora” di conoscere Suyana devono essersi fatti qualche domanda, ma anche no. Bellissima la convivenza del vernacolo (sono ospedali romani, questi delle foto) coi nomi da rotocalco, corto circuito e vero specchio dei tempi. “Daje Brian” una della più efficaci, ma anche “Nathan quanto sei bbono”, e “Mya te stiamo tutti a aspetta’”. Si contano, nei graffiti, otto Asia, tre Mathias, quattro Ilary. Poi però c’è due volte Eleonora, due Aurora, una Matilde. Due “Sofia bella”, una “Penelope che come una femmina che si rispetti si fa attendere da undici ore”. Shanel che nasce dopo “meritata attesa”, non è chiaro meritata da chi ma si coglie il senso: ne valeva la pena.

Certo, l’onomastica italiana è partita per la tangente, insieme alla grammatica, alle c con l’acca e alla parola “per”… Il tema è sicuramente attuale e bisognerà un giorno analizzarne gli altri effetti profondi sulla qualità del tessuto socio-culturale. Però.

Però, a me nessuno mi leva dalla testa che ci sia una profonda correlazione fra chiamare la propria figlia Alysia e l’istinto di scrivere sul muro di un ospedale. Secondo me, sui muri ci sono poche Paola e pochi Marco semplicemente perché i rispettivi padri – che pure ci saranno – tendono a lasciare, da snob di merda quali sono, i pennarelli nel portapenne.

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