Buddy ‘o animale

Play it again, Buddy

Mi sono più volte riproposto di parlare (male), qui sul blog, dei documentari di Sky. Devo premettere, nonostante quanto sto per scrivere, che ne sono un consumatore compulsivo, almeno per quelle volte in cui sto dedicando la mia attenzione ad almeno un’altra attività: guardare solo loro, a parte farmi venire voglia di parlarne male, mi fa notare troppo la pubblicità odiosa di cui sono infarciti.

Un giorno dovrò parlarne come dio comanda: parlare, per esempio, del fatto che sono fatti da americani per americani e quindi ripetono gli stessi concetti di base almeno venti volte nell’ora a loro disposizione, della iper-drammatizzazione delle cose più banali, delle traduzioni alla cazzo di cane, dei toni da esotismo ottocentesco con cui si dà conto (in italiano!) di cose che per noi italo-europei sono normalissime (*), del fatto che prima di far parlare uno scienziato qualsiasi bisogna farlo vedere affaccendato con fiale e provette, del fatto, infine, che la maggior parte di questi documentari parla di cose di cui a noi non ce ne frega una beata mazza: armi da guerra per uso personale, customizzatori di moto ottocentesche (i.e. Harley), distillatori di frodo del Kentucky, sfasciacarrozze newyorchesi, svuotatori di cantine  e davvero poco altro. Parlare di tutto questo è difficile almeno per me, perché ci sono una marea di micro-esempi, a loro modo indigeribili, che però ho sempre l’impressione che non riescano a trasmettere bene potenza al mio sdegno, soprattutto a chi non sa di cosa si sta parlando. E poi sono talmente tanti che finirei fatalmente per scrivere solo degli ultimi in ordine di tempo, tralasciando le perle del passato.

Ma ieri mi è capitato di vedere una cosa che non può passarla liscia. E, dramma nel dramma, non l’ho vista nemmeno sui canali specifici, quelli oltre il 400, ma su quelli generalisti 100-e-qualcosa, che sono accessibili a tutti gli abbonati indipendentemente dal pacchetto.

La trasmissione si chiamava Cucina con Buddy, ove Buddy era uno che cucinava, bassetto, tarchiato, molto goodfella, forse addirittura uno chef, ma per  l’occasione operante nella cucina di casa sua (si fa per dire, visto che era palesemente uno studio televisivo). Al fianco di Buddy, c’era la moglie di Buddy, Elisabetta, detta Lisa, bionda, moderatamente bona, un po’ più giovane, ma di cui, nonostante si atteggiasse ad all American girl, le sopracciglia e gli occhi vagamente porcini tradivano qualche gene d’importazione. La funzione di Lisa, oltre che di imporchire un po’ la trasmissione che non fa mai male, era quella di stupirsi per ogni singola cosa che faceva Buddy. E poi dicono la routine famigliare…

Buddy stava cucinando una cena tipica italiana “per la sua famiglia”, tanto che alla fine è uscita pure una madre parruccona cotonatissima e lievemente tremolante e dei bambini Made in Lisa. Ora, sorvolando sull’aggettivo tipico, che anche  in contesti meno esagerati mi fa mettere mano alla pistola, la cena consisteva in una pasta, un secondo e un dolce.

Mi sono perso la preparazione del secondo, che erano delle costolette d’abbacchio panate. Forse un po’ troppo panate per i  miei gusti, ma non le ho viste preparare, quindi mi limito a notare che la nonna parruccona ci si è avventata come un’upupa quando si sono messi a tavola e questo, anche se non non è una bella cosa da vedere in TV, poteva essere un buon segno.

Il Tiramisù era fatto con i savoiardi (bella pe’ Buddy, ma mi sa che in America i Pavesini non si trovano, quindi ci vuole poco a farlo bene) e la crema ce l’aveva già pronta. Ho visto solo che il buon Buddy si è dimenticato il secondo strato di savoiardi a mollo nel caffè (decaffeinato, for the kids) che naturalmente si sono spappolati in modo terminale quando ha provato a metterli nella teglia (“Sai che ti dico, Lisa? Io li preferisco così…” Seee, vabbè, pecione). Il risultato finale era un tiramisù ipertrofico, molto pannoso e troppo americano, ma forse ancora decente.

Il problema vero è stato la pasta, che gliela ho vista fare tutta. Si sa che chi non è italiano con la pasta ha un rapporto difficile, ma quello che mi ha sempre colpito è la facilità con cui il rapporto “sano” con la pasta si perde con il passare delle generazioni. Buddy sicuramente un nonno un padre italiano ce l’ha, fa lo chef, presumibilmente in un ristorante italiano, eppure fa una pasta che anche il più sciatto dei single italiani farebbe meglio. Ma prima i fatti, poi l’analisi, come si dice in contesti più alti.

La pasta era una pasta ai granchi, nientemeno. I granchi erano già in polpa, quindi di dubbia provenienza, ma tant’è. Buddy apre con un soffritto approssimativo a cui non dà il tempo di soffriggere e ci butta sopra subito ‘sta polpa di granchio e una tonnellata di pomodor(acci)o. Ma proprio tanto, tipo tre dita di passata di pomodoro dentro un tegame largo come una padella. Poi gli dà di minipimer e frulla la guazza per cancellare ogni traccia di granchio. Ora – tenetevi forte – non contento di tutto questo liquame, con un colpo da maestro, apre il frigo e tira fuori una confezione, formato americano, di panna e provvede ad annegare ulteriormente pomodori e granchi frullati, conferendo loro un bel colore rosé e un botto di calorie inutili… Infine, butta in quella che è diventata una tinozza di roba color pastello altra polpa di granchio a pezzi, praticamente a crudo, e un albero di basilico (che secondo me non c’entra un cazzo, al limite un po’ di prezzemolo, ma è molto “tipico italiano”).

Dato che ha fatto una pentolata di “sugo”, ci si aspetterebbe che la pasta che nel frattempo si stava cuocendo sia in quantità commisurata ed importante, un pentolone da mensa aziendale o giù di lì… Magari. La pasta è in un pentolino piccolo, pure con poca acqua (per forza). L’effetto mensa aziendale per fortuna è salvaguardato dal fatto che questi spaghettini (scelta già di per sé abbastanza infausta in qualsivoglia contesto culinario) che tira fuori dall’acqua sono molto lucidi e clamorosamente scotti. Ma soprattutto sono tremendamente pochi e infatti spariscono dentro l’orgia di sugo che li attende. Il piatto finale, su cui riprende la moglie per non averci messo il parmigiano sopra (neanche una iena che si ciba di carogne ce lo metterebbe sui granchi, cit.) e che porta in tavola tutto orgoglioso, è una specie di piscina rosé fra i cui flutti luccica qualche sperduto spaghettino e su cui campeggia, à la Iwo-Jima, un mazzo di basilico. Orrori da gustare, altra trasmissione cult, gli fa una pippa a Buddy.

Ma il punto non sono nemmeno tutte queste mostruosità che vi ho raccontato. Il vero orrore è il fatto che si trattava di una trasmissione di cucina italiana per americani, in lingua inglese e doppiata in italiano. L’effetto finale di questo chiasmo acrobatico, come spesso accade con i documentari di Sky, era davvero straniante. Lui, Buddy, faceva l’esperto di Italian-style e delle raffinatezze della nostra cucina, per un pubblico (noi abbonati Sky) inevitabilmente italiano, con toni di sorpresa, dritte, urletti e commenti nati e rifiniti per i gusti di un’America profonda e deteriore. Questo accade per la maggior parte, se non tutti i documentari di importazione doppiati, ma posso ancora capire che, se si parla di armi da guerra, c’è qualche italiano profondo e deteriore che non è al corrente della polemica sulle armi, del secondo emendamento, di Bowling for Columbine e del dibattito che quel lato di America si porta appresso, ma sulla cucina no. Se c’è una cosa che accomuna tutti gli italiani, dal metro-sexual cosmopolita fino alla provincia leghista profonda e deteriore, è la consapevolezza di cosa vuol dire, se non saper mangiare bene, almeno saper cucinare bene. Eppure qualcuno, a Sky, Buddy deve averlo comprato, messo in palinsesto,  tradotto e doppiato… Non ci sono parole per tutto ciò.

PS: ho guardato un po’ e Cucina con Buddy è nientemeno che uno spin-off de Il boss delle torte (di cui ho visto i promo, ma mai una puntata) e Buddy Valastro è effettivamente uno chef di una pasticceria italiana di Hoboken…

 (*) E il fatto che gli Americani abbiano bisogno di questi toni per capire che stanno parlando di posti che non sono casa loro è, se ci pensate, ancora più inquietante.

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5 commenti su “Buddy ‘o animale”

  1. M’è passata la voglia di carbonara 🙁
    Uno “specialista” come Buddy è riuscito a far peggio di una scena di un film americano (non ricordo il titolo ma abbastanza noto) in cui un lui prepara una spaghettata al volo per mamma e figli usando un barattolo di pelati svuotato a crudo su un ammasso di colla da parati (cfr. spaghetti)…e la scena aveva la sola pretesa di mostrare “vita quotidiana” durante la conversazione vera parte della trama…

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