Alieni a casa nostra

http://www.youtube.com/watch?v=v--IqqusnNQ

Questo post ce l’ho in testa da prima che esistessero i post. E Internet, se è per questo. Ne scrivo ora perché ne ho parlato con la (ex) fida l’altro giorno al telefono, ma risale a una conversazione antica con l’amico Pulcy, nata da un’osservazione buttata là in un centro commerciale sull’Anagnina poco meno di vent’anni fa. Premesso che eravamo più giovani e avevamo altre priorità, uno di noi due – non ricordo chi, vista la dimensione mitica del ricordo – disse, colpito dall’avvenenza della commessa di un negozio:

Ma chissà ‘ste commesse con che gente stanno…

Sembra una frase semplice e lo è, per carità. Ma per un bizzarro butterfly effect si è inserita alla base di molti dei miei ragionamenti successivi e di almeno una parte della mia successiva visione del mondo. Il senso di quella domanda, fatta la tara alla componente ormonale legata all’età che avevamo, era il seguente: esistono categorie di persone, numericamente consistenti (cosa c’è di più numeroso delle commesse in un centro commerciale dell’Anagnina?), delle quali non sappiamo nulla, non riusciamo ad immaginare il loro modo di vivere, le persone che frequentano, di cosa parlano, il loro immaginario, i loro canoni morali ed estetici, le loro idee. Eppure sono vicino a noi, ci guardiamo, ci parliamo, ci sorridiamo anche, ma non esistiamo l’uno per l’altro.

La parola chiave del pippone qui sopra, ovviamente non è “persone” perché è normale che non possiamo conoscere tutti e non sapere nulla delle loro vite, ma è “categorie”.

Premesso che le commesse in quanto tali non c’entrano niente (potrebbero essere state “gli idraulici” o “i focolarini” o “i ciclisti”), in quel momento, in una specie di Teorema di Godel sociale, mi sono reso conto che alcune realtà umane sarebbero rimaste in larga maggioranza inconoscibili, fatte salve ovviamente le rotte di collisioni fortuite che la vita può sempre riservare. Ma, di nuovo, la rotta di collisione riguarda i percorsi dei singoli e non di intere categorie di persone.

Tutto questo preambolo per dire che noi, tutti noi, frequentiamo persone che appartengono ad un numero molto ristretto di categorie (tendenzialmente una). In particolare, io frequento persone che abitano una grande città, che sono laureate o, quantomeno, culturalmente autonome, di sinistra, atee (o comunque molto laiche e anticlericali), appartenenti alla mia generazione (*), generalmente lavoratori dipendenti in strutture medio-grandi… Non che le cerchi o sia attivamente snob nei confronti delle altre, ma gli eventi dispongono le cose in questo modo, come se fosse un inevitabile minimo di energia.

Questo stato di cose porta con sé una serie di conseguenze interessanti.

La prima conseguenza è quella del non riuscire a spiegarsi la realtà delle cose. L’esempio più evidente è il solito “Ma come fa la gente a votare per Berlusconi & C.?“. Ovviamente, chi lo vota esiste, il punto è che noi non lo vediamo perché lo cerchiamo nel posto sbagliato: nel nostro ambiente di lavoro, nella nostra famiglia e, meno che mai, fra i nostri amici, molto difficilmente troveremo un colpevole, perché loro hanno selezionato noi e noi loro, più o meno consapevolmente, in modo da minimizzare il rischio. Per trovare qualcuno dei “quelli”, dovremmo cambiare frequentazioni, risintonizzare alcuni canali sul televisore, magari trasferirci in provincia e iniziare a condividere gusti e passioni che adesso ci fanno ribrezzo. Insomma, cercare di colmare attivamente il social-cultural-political divide che ci separa. Impresa quanto mai ardua e faticosa, tanto più se l’unico obiettivo è quello soltanto di capire, senza particolari necessità o secondi fini.

La seconda conseguenza, anche questa evidente, è il senso di vertigine che ci assale quando un altro universo irrompe nel nostro immaginario. Per citare l’ultimo esempio in ordine di tempo, tutta la faccenda del bunga-bunga (versione 1.0, 2.0, 3.0 e 4.0), culminata nell’abisso delle ultime intercettazioni e nella cosmogonia di Terry De Nicolò, è qualcosa di così lontano da noi, dalle nostre vite, dal nostro senso etico ed estetico che l’effetto è quello della nausea, della mancanza di codici interpretativi e – diciamocelo – dell’impotenza. C’è solo da sperare che un giorno noi saremo capaci fare cose talmente grandi e talmente lontane dalla loro visione del mondo, che sarà a loro che verrà da vomitare.

La terza conseguenza è l’esistenza di alcune categorie di persone, a loro volta inconoscibili, che per forza di cose fanno da intermediari fra i mondi paralleli. Penso ad alcuni giornalisti che dovrebbero trovare le notizie, ai politici che dovrebbero parlare a tutti, ma anche ai tassisti che travasano informazioni da un mondo all’altro. Sapete che non prendo molto il taxi, ma due dei più grossi insight di quello che stava per accadere, me li ha dati un tassista: robetta (uno sul giro di veline/mignotte, l’altro su De Rossi), ma comunque utile e in anticipo sugli eventi.

Aggiungo, in chiusura, che questa è l’unica spiegazione che in questi anni mi sono riuscito a dare sugli scandali che stanno investendo oggi l’Italia. Non che non me li aspettassi – da quei soggetti, questo ed altro – ma del fatto che, a fronte di un tale sistema, del numero (e della qualità) delle persone coinvolte e della vertiginosa profondità del marciume, le voci non girassero, che non ci fosse una schiera di “complottisti” che aveva anticipato tutto, appunto accedendo per caso a informazioni estranee al suo mondo. Questa distanza culturale fra quello e altri mondi, fra cui il mio, è stata de facto più efficace di qualsiasi depistaggio.


(*) L’aspetto dell’età è particolarmente affascinante perché ho sempre avuto impressione che, nel nostro panorama di conoscenze, andiamo a ricalcare lo stesso quadro generazionale della nostra famiglia di origine. Tra un padre e un figlio ci sono, diciamo, in media 25-30 anni di differenza: in 30 anni succedono un sacco di cose e in particolare, molte persone nascono. Idealmente, ci sarà una generazione in “controfase con la mia” in cui il padre sarà 15 anni più vecchio di mio padre, suo figlio sarà 15 anni più vecchio di me e il figlio del figlio 15 anni più giovane… Io sono quasi sicuro di non frequentare nessuno che abbia questa situazione generazionale: i padri/nonni che conosco e frequento hanno l’età di mio padre, i miei coetanei (padri o madri o niente) hanno più o meno l’età mia e i loro figli sono troppo piccoli (per ora) per essere degli interlocutori. Eppure gente che ha 15-20 anni oggi, esiste, e io non ne conosco nessuno o, almeno, non lo conosco bene al punto da immaginarne l’universo di riferimento. Di qui il fastidio quando sento parlare i gggiovani in televisione.

 

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3 commenti su “Alieni a casa nostra”

  1. Leggendoti pensavo ad una delle commesse del supermercato sotto casa: russa di non so dove, 40 anni, una figlia di 15, laureata in ingegneria! E alla badande di mia suocera: ucraina, 55enne, tre figli tutti laureati a casa, lei laureata in giurisprudenza ed assistente di uno studio legale a…Chernobyl! Ho intrecciato a volte alcuni discorsi con lei e nonostante il suo italiano con basi grammaticali e sintattiche elementari ne percepivo lo spessore culturale.

    A che insieme associamo queste categorie?

  2. Ho voluto vedere ed ascoltare il video che hai linkato prima di commentare ed un’altra sensazione che avevo leggendoti si è confermata. A proposito del “dove sono, chi sono quelli che l’hanno votato” recentemente ho colto un colloquio tra pensionati alle Poste, in coda per la pensione, dall’aspetto dignitoso entrambi ma sicuramente non benestanti.
    Il primo commentava amaro e deluso la realtà attuale, inveendo come solo agli anziani è permesso pensando si tratti di demenza senile ma il secondo lo ha zittito brusco con una cattiveria che solo gli anziani ancora, possono permettersi: “è che siete invidiosi dei soldi che c’ha Berlusconi!!!”…

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