On Brexit

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A me questa Brexit, da qualsiasi lato la si guardi, fa incazzare. Mai avrei pensato che con il Movimento5Stelle qui da noi, quella verduraia della Le Pen in Francia, epigoni di Salvini e Meloni in ogni angolo di Europa, proprio in UK, dove ci sono ancora la Regina, il Commonwealth e i Lord con la parrucca, ci potesse essere un’epifania così deprimente di quello che stiamo (tutti) diventando. Metto qua di seguito alcune riflessioni che ho fatto in questi giorni.

E adesso?

Tra tutte, la cosa che mi ha lasciato più l’amaro in bocca di questa brutta, brutta faccenda, è il fatto che non c’era un piano. Nel senso: porti il tuo popolo ad una decisione di tale portata, mediante un referendum che, per definizione, ha solo due esiti possibili, fai campagna per uno di quei due risultati, pure con toni e modi da fiera di paese, poi vinci e non sai cosa fare? Ti rimangi un’ora (nel senso di sessanta minuti) dopo le promesse che hai fatto per mesi e cominci a dire “Non così in fretta… Calma… C’è tempo…

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Blinkist

Smarter Me? Me?
Smarter Me? Me?

C’è stato un periodo della mia vita in cui mi sono letto diversi saggi anglo-sassoni, finalizzati, in teoria, al self-improvement professionale. (Del self-improvement personale me ne sono sempre abbastanza fregato, visto che sono già pieno di me, così, al naturale). Lavorativamente, invece, ho sempre pensato che si potesse migliorare e colmare qualche gap. Pensa te…

Il contesto professionale in cui questo avveniva, sebbene lì per lì non me ne accorgessi, non era dei più evoluti e quindi, da un lato questi “saggi” erano – forse – poco adatti al mio microcosmo e non riuscivano a generare la giusta “trazione” sulle mie beghe lavorative, dall’altro, nei rari casi in cui beccavo un saggio potenzialmente utile, l’effetto “perle ai porci” era drammaticamente in agguato.

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