Ox Mountain (a.k.a. Colli Monte Bove)

ColliMonteBove
SS 5 Tiburtina Valeria – Tratto Colli di Monte Bove

Nei nostri giretti in moto con Bnb e Jedan, le strade del Lazio e dell’Abruzzo (e dell’Umbria e delle basse Marche e della bassa Toscana) le abbiamo ormai percorse tutte, più o meno. Dal 2008, usciamo in media una volta la mese e, a botte di 4-500 km, ci vuole poco a presidiare il territorio, come ben documentato da Jedan. Tanto che da tempo abbiamo cominciato ad avere la sensazione di andare sempre negli stessi posti.

Rimaneva però una notevole eccezione, non tanto perché era l’unica strada a non aver mai fatto (che poi non è neanche vero, come vedrete), ma perché non la volevamo fare (più) in modo molto, molto consapevole.

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Italo?

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E così, con appena un paio d’anni di ritardo sul lancio, stamattina ho preso Italo. (È molto in realtà che non prendo nemmeno il Frecciarossa, quindi le mie impressioni potrebbero essere un po’ meno “specifiche” di quanto siano in realtà… Vabbè, statece.)
Era pure la prima volta che entravo nella nuova stazione Tiburtina e, per quanto sia imponente e bella e nuova e moderna da fuori, dentro mi è sembrata la solita Tiburtina della mia adolescenza: muri, tanti muri, scale mobili per nessun dove, numeri di binario ubriachi e il solito, immutabile, basso sottopassaggio di travertino degli anni trenta, topos delle ferrovie italiane come i pastori col piffero, le pecore e i ruderi nelle vedute del Settecento. Di nuovo, solo un pippone di Cavour (nientemeno) inciso su una stele
neo-rugginosa di venti metri all’ingresso, che blaterava sulla centralità (della questione) della Capitale (scelta infelice, come se avessimo qualcosa da dimostrare a qualcuno). Non l’ho letta, era presto, ero in ritardo, pioveva, le cavallette… Ma mi ripropongo di farlo nella vita, più che altro per essere stato il primo a farlo.
All’altezza del binario, ancora dentro al sottopassaggio in travertino e orbace, una tipa col foulard al collo mi fa “Buongiorno!” tutta squillante, io le contro-bofonchio qualcosa e, già sul primo gradino, mi interrogo (a) su che vita fa sta poraccia, (b) sul fatto che i posti di lavoro saranno pure pochi, ma potrebbero essere anche meno con poco sforzo, (c) su quanto sia cambiata la mia giornata ora che una tipa nella penombra del sottopasso mi ha detto buongiorno a bruciapelo.
Il tempo di finire i gradini (in realtà, ora che si usa il trolley anche per andare all’asilo, non c’è nessun gradino) e ritorno in Italia, con una banchina stretta, affollata e solo parzialmente coperta (piove a Roma, ma ormai non fa più notizia).
Arriva Italo (anzi, .italo, minuscolo e col punto davanti) e salgo. Dentro è spazioso e moderatamente vuoto. C’è la solita signora che si stranisce perché il suo posto è occupato e poi realizza che non ha sbagliato carrozza, ma ha sbagliato proprio treno. Lei scende e noi partiamo. Giornale, controllo biglietto e passa la colazione. Il tè caldo non c’è (la tipa me lo vorrebbe dare freddo e sembra stupita dalla mia richiesta come se le avessi chiesto un succo di melograno) e ripiego su un caffè fatto con cialda e macchinetta (chissà attaccata a quale corrente) e uno “sfizio dolce”. Perché vicino al caffè, ci si può mettere “uno sfizio dolce, uno sfizio salato o acquistare una colazione”, cioè un cornett(acci)o. Io prendo i “biscottini al limone”, preferendoli ai “biscottini al cacaoennocciole” e a delle ancora poco investigate “meringhe”. Le tipe, tuttavia, nonostante siano le sette di mattina, spingono molto le “lingue di pane al rosmarino”, che nessuno prende, ma che danno al vostro affezionatissimo l’occasione di riflettere sul senso di dare certi nomi alla roba da mangiare, su quanto sia straniante sentirli pronunciare a voce alta invece di vederli soltanto scritti su un pacchetto, su chi e perché si inventa nomi del genere e, soprattutto, su chi potrebbe essere invogliato a consumare (di più) dopo aver capito che lo “sfizio salato” non è uno qualsiasi, ma proprio una “lingua di pane al rosmarino”…
Questo mi porta a soffermarmi su una riflessione ulteriore su quante delle stranezze verbali, dei formalismi e delle convenzioni “moderne” che vediamo in Italia, spesso applicate da personale giovane, precario, ammaestrato e sottopagato, sono, nelle forme, se non anche nella sostanza, importate dall’estero e adattate senza troppi pensieri ad un’italianità scomoda, disagevole e caricaturale. Come un italiano, abituato da millenni ad un’ospitalità o spontanea o inesistente senza vie di mezzo, non possa accorgersi di questa doppia sovrastruttura e non provare un certo imbarazzo per chi è costretto a certi stilemi, è qualcosa che mi sfugge. Mo sto a Bologna, mi faccio un’oretta di pennica.

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Saperla lunga

Più volte mi sono trovato a contro-commentare su Facebook che “A Coso mica lo freghi così facilmente, lui ha capito tutto“. Ove Coso è il grillino di turno (ma anche il leghista o il fascistello, perché ormai pari sono), che ti spiattella, in italiano zoppicante, una teoria arzigogolata di qualche complotto dei poteri forti ai danni dei poveracci come lui (mai parola fu più calzante). Ma, siccome “se guardi nell’abisso, l’abisso guarda in te“, questa gente che in altri tempi sarebbe stata solo oggetto delle mie prese per il culo, mi ha stimolato qualche riflessione aggiuntiva.

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