Io sto con Dylan

Difficile che ho beccato un plagio, al massimo una citazione… Aiutini (1, 2)

Posted on maggio 8th, 2012 by jestercap72  |  No Comments »

Gli zombie del voto di protesta

Non ho nessuna voglia di avventurarmi in analisi complesse sul voto di oggi, perché banalmente ho altri cazzi, ma una cosa la voglio dire.

Il PD tiene (abbastanza in scioltezza), le destre tracollano oltre ogni più nera aspettativa e Grillo si impone oltre ogni più rosea aspettativa. Quindi, a meno che non ci sia stato un ricambio completo dell’elettorato negli ultimi due anni, è abbastanza evidente chi è che ha votato Grillo insieme naturalmente a qualche anima bella di complemento (che non manca mai e c’era anche prima, comunque).

Siccome – l’ho scritto più volte – il problema della destra in Italia è antropologico molto prima di essere politico e che, pertanto, ce l’ho con gli elettori prima che con gli eletti, il risultato di oggi non solo è inquietante e, in prospettiva, pericoloso, ma è anche brutto, vecchio e – carissimi amici, anche miei purtroppo – molto, molto di destra.

PS: oggi sull’onda del successo di Grillo ho riprovato a disiscrivermi. E stavolta pare che ci sono riuscito. Nel dubbio, intanto, vaffanculo, va.

Posted on maggio 7th, 2012 by jestercap72  |  No Comments »

#concertone

Sì, lo so. Sono vecchio, me lo dico da solo e non da oggi.

Ma una delle cose più belle dell’abitare a Roma è di poter snobbare il cosiddetto Concertone del Primo Maggio. L’unica volta che mi sono trovato nei paraggi – giuro – era perché passavo di là e mi sono un po’ addentrato nella folla. Anche questo, a pensarci, è un bel vantaggio dell’abitare a Roma… il poter essere lì “di passaggio” e poter prendere subito e in modo credibile le distanze da comportamenti non commendabili.

Pur non essendo un amante dei concerti rock, diciamo che non mi sono particolarmente invisi e, se vale la pena e ho voglia, vado. Al Concertone, no. Nel modo più assoluto. Perché lo odio cotanto?

Un primo motivo è che, invecchiando e lavorando nel settore privato, l’immagine che ho del sindacato, pur continuando a definirmi “di sinistra”, si è nel tempo significativamente deteriorata. A nulla valgono più i santini di Placido Rizzotto e Luciano Lama sulla cui rendita hanno stra-campato per anni. Salvo casi individuali e battaglie giuste (ma comunque poche e di retroguardia), mi sembrano sempre di più una forza di vecchi, che pensa e dice cose vecchie, che difende interessi vecchi ed è, in quanto vecchia, incapace di modernizzarsi. Ma al di là delle idee da (e per) pensionati e pensionandi, è proprio il metodo del far finta di mettersi di traverso e poi negoziare, la puzza di naftalina e di acefalo riciclaggio che esce da certi slogan (*), che mi fa pensare che no, proprio non è il caso di legarsi a questa schiera. Anche se il cuore per cultura e tradizione andrebbe pavlovianamente da quella parte.

Un secondo motivo è il bonding-semel-in-anno, assurdo se solo leggete le cronache degli ultimi anni, che si dovrebbe stabilire il Primo Maggio fra i (gg)giovani, spesso disoccupati, spesso del Sud (ci arriveremo), e quest’accolita di vecchioni difensori dei pensionati. Perché, di grazia, i giovani e il sindacato dovrebbero trovarsi d’accordo su qualcosa nell’Italia di oggi? Qualcosa a parte Caparezza, intendo.

Il terzo motivo è dove sono davvero vecchio. E che proprio non li reggo sti giovinetti autoconvocati a Roma, sudati e treniformi, che scendono dai paeselli per il grande evento che, forse è grande, ma è tutt’altro che un evento… L’unico pregio del concertone da questo punto di vista è che è gratis, ma in concerti veri sono altri, gli artisti veri sono (in massima parte) altri e, in entrambi i  casi, tocca pagare (bellezza!).

Il quarto motivo è la scena musicale italiana attuale (in realtà è la stessa da decenni) che è deprimente a dire poco e che è dominata da personaggi, spesso tutt’altro che giovani ed emergenti, che stanno a bagnomaria in questa notorietà sudata da-concertone-del-primo-maggio, alcuni in modo costante (tipo Caparezza), altri in modo saltuario e ricicciante (tipo Raìs & co., che non mi piacevano nemmeno negli anni dell’impegno).

Il quinto motivo  è un po’ la sintesi di tutti precedenti e sono le dichiarazioni che i (gg)giovani rilasciano ai telegiornali che li intervistano, tutti sudaticci sul prato, in cui pontificano sul non poter “avere un futuro”, “avere un lavoro”, “farsi una famiglia”. Bene… Finché uno guarda le statistiche potrebbe anche pensare che hanno ragione, ma poi basta vederli e sentirli parlare per pensare che “una famiglia” è anche meglio se non ce l’hanno e “un lavoro” non glielo darebbe nessuno sano di mente.

Sì, lo so. Sono vecchio, me lo dico da solo e non da oggi.

(*) Tipo, “Come mai? Come mai? Sempre in culo agli operai?” scandito il più delle volte da soggetti che non hanno mai fatto gli operai in vita loro? O “Lotta dura senza paura“, quando lo strumento principale di lotta, lo sciopero, è spuntato da tempo nella sua funzione primaria di interruzione della produzione e quindi danno al “padrone”?

Posted on maggio 2nd, 2012 by jestercap72  |  No Comments »

Magnum P.I. (trent’anni dopo)

magnum pi camera 2 Magnum P.I. (trentanni dopo)

Shirt + pants

Nella testa ho tutt’altro, però (o forse proprio per questo) mi sto guardando Magnum P.I., prima stagione, a 3-4 episodi a botta.

E’ uno dei pochi telefilm che vedevo già negli anni Ottanta. Un mio amico di allora – eravamo al ginnasio – era convinto di assomigliare (“essere il sosia”, diceva lui) di Tom Selleck e, Ferrari a parte, si atteggiava e vestiva come lui, dalle Lacoste, alle (tristissime in ogni epoca) Timberland “estive”, fino al gioco di sopracciglia piacione. Ovviamente, non gli somigliava per niente, come dice Johnny Stecchino, e l’intero Giulio Cesare, almeno per quella parte che era cosciente di questa asserita somiglianza, lo prendeva per il culo (io certamente lo facevo).

Negli anni Ottanta, comunque, pur essendo già allora Magnum un telefilm “di culto”, non c’era ancora quel feticismo che c’è adesso per le serie TV e ce ne fregavamo di tante cose. Del doppiaggio che rovina tutto, tanto per cominciare… La voce di Tom Selleck, ad esempio, è decisamente più “frocesca” di quella del doppiatore italiano, per non parlare di quella di Higgins e del fatto che si dice MaGHnum e non Magnum, come il gelato… Della traduzione, che nel caso specifico potrebbe essere peggiore, ma prende i suoi begli strafalcioni senza colpo ferire… Della linearità della narrazione, perché è vero che ogni puntata fa più o meno storia a sé e le cosiddette trame orizzontali sono quasi assenti, ma la ruggente Fininvest di allora non è che andasse tanto per il sottile e rispettasse, avendo ben tre stagioni di ritardo rispetto agli USA, la storyline originale… Delle guest star delle varie puntate, alcune delle quali, tipo una Sharon Stone da sturbo, avrebbero fatto un bel po’ di strada…

Insomma, ogni puntata è una miniera di stimoli a guardarla con attenzione e, anche le puntate già viste e sepolte sotto decenni di vita e di minutaggi, riescono ad essere interessanti e godibili.

Scenografie, ambienti e situazioni di Magnum P.I. sembrano vecchie ora, ma negli anni Ottanta, complici la Ferrari e le Lacoste che confondevano le acque e i 10 anni secchi di ritardo sull’America che avevamo a quei tempi, sembrava tutto molto contemporaneo. A guardarlo adesso, certo, le auto sono vecchie: anche la Ferrari, stylish e vintage quanto volete, è un po’ un baraccone seventies (italiano, per giunta). E vogliamo parlare dei capelli di Rick? Delle camicie hawaiiane? Del fatto che si fuma, si beve e non ci si mette la cintura? Dei costumi da bagno (maschili)? Dei pantaloni di Magnum, quei jeans finto scolorito con vita alta, pacco a sbalzo e culo a pizzo? (le Lacoste, no, quelle sono senza tempo e tra i miei capi d’elezione oggi come allora).

magnumpiferrari Magnum P.I. (trentanni dopo)

Pants + Ferrari + pelo

Ci sono tre cose, però, che si sono praticamente estinte nel tempo dai telefilm e che allora c’erano in tutte le puntate di tutti i telefilm.

La prima è il pagare cash portieri e parcheggiatori in cambio di informazioni. Magnum, che non è uno dei peggiori sotto questo aspetto, lo fa almeno una volta a puntata come se fosse la cosa più normale del mondo: forse perché è un investigatore privato, figura a sua volta sempre meno diffusa nei telefilm molto poliziotteschi di oggi, e non ha il badge dalla sua parte.

La seconda sono gli inseguimenti in macchina. Negli anni Ottanta erano un sottogenere vero e proprio (pensate ad Hazzard, che visto oggi, diversamente da Magnum, è insostenibile) e Magnum stesso, pur con lo stress addizionale di non graffiare la Ferrari, non si tira certo indietro… Anzi, tutte le volte che per un motivo o per un altro non prende la Ferrari, si può star certi che ci sarà un inseguimento più o meno rocambolesco, che si concluderà, più spesso che no, con la parziale o totale distruzione del mezzo (*). Sul perché si sono (quasi) estinti si può solo speculare: perché l’America è diventato un tale stato di polizia che in trenta secondi avrebbero un elicottero armato che vola a cinque metri dal tettuccio e gli intima di accostare? Perché le strade sono troppo trafficate per chiuderle al traffico e inseguirsi come se non ci fosse un domani? Perché tra assicurazioni e cazzi simili gli costerebbe troppo? Perché ormai si gioca più di fino a prescindere? O – mio vecchio pallino da quando ho guidato in America – anche loro si sono resi conto, con l’arrivo sul loro mercato di auto europee, che i barconi americani dei telefilm hanno la mobilità di una foca zoppa e che se si inseguissero in bicicletta, come Sante Pollastri, sarebbero più credibili? Come si fa ad inseguirsi con il cambio automatico?

La seconda ha anche un corollario o per meglio dire un topos (ugualmente estinto) che quasi sempre la precede: l’accorgersi che qualcuno sta seguendo il protagonista nello specchietto retrovisore; cosa che mi sono sempre domandato se fosse facile o difficile da notare… “Oh, qualcuno ci sta seguendo…” “Abbiamo compagnia…” “Prova a seminarli…

La terza è un po’ più seria e sono i reduci del Vietnam. Non c’è un film o telefilm di allora in cui il protagonista e/o altri personaggi principali, purché maschi e nel fiore degli anni, non siano stati a spararsi nella giungla e siano di conseguenza tormentati da incubi, angosce e, molto più raramente, rimorsi. Questa, se ci pensate, è davvero strana perché non è che gli USA si siano fatti mancare guerre del cazzo negli ultimi vent’anni: la PTSD è una patologia conclamata che – leggevo tempo fa – ha portato al suicidio più reduci di quante sono state le vittime propriamente dette in Iraq o Afghanistan e non è raro vedere alcune puntate di alcuni telefilm “moderni” ruotare intorno al reduce sfortunato e/o violento di questa o quella guerra. Ma i protagonisti degli stessi telefilm fanno sempre altro e, pur con tutta la loro capacità ed empatia, non vanno oltre il trattare questi veterani traumatizzati come il freak of the week di turno per poi passare ad altro, magari un po’ più glamour.

E’ una rimozione? E’ dimenticanza? E’ che sti tipi tristi e cupi che hanno stufato? Qualsiasi cosa sia, o esageravano negli anni Ottanta o mettono la polvere sotto il tappeto oggi.

(*) E qui non si può non pensare a Sergio e a Stanis sul trattore…

Posted on maggio 1st, 2012 by jestercap72  |  No Comments »

Forty-ish…

Posted on aprile 28th, 2012 by jestercap72  |  No Comments »

Fringe politics

Ieri, la notizia del giorno sullo psicodramma padano in corso è stata la “scoperta” di un appartamento al Gianicolo in uso a Roberto Calderoli pagato – pensa un po’ – dalla Lega. Ora, questo blog e lo stronzo che lo scrive non hanno mai fatto mistero della propria antipatia verso la Lega e i relativi cretinismi nordici, ma qui davvero si sta un po’ esagerando. E non  ho nemmeno voglia di infierire sul panorama che si vede dal Gianicolo rispetto a quello delle valli del cazzo da dove vengono di solito questi qua…

Calderoli è un dirigente e il suo posto di lavoro (notate l’assenza di virgolette) è diverso da quello in cui risiede. Nel mondo del lavoro “normale”, anche in quello pulciaro italiano, in una situazione analoga la casa è un fringe benefit elementare, a volte quasi scontato, visto che è una condizione necessaria per lo svolgimento della mansione che si è chiamati a compiere.

Il vero sottotesto implicito di tanto sdegno, qui, non è tanto se Calderoli avesse una casa a Roma (ladrona) e chi gliela pagasse, ma come possa, un personaggio come Calderoli, essere “dirigente” di qualcosa. E io credo che i primi a farsi questa domanda dovrebbero essere proprio i leghisti stessi…

Se loro, i puri, avevano uno stomaco tale da farsi stare bene la cosa, non possono veramente dire più un cazzo: tutto il resto viene di conseguenza.

PS: non ho capito bene dove sia la casa, ma Calderoli lo sapeva che “da quelle parti Garibaldi c’ha fatto la Resistenza” (cit.)?

Posted on aprile 20th, 2012 by jestercap72  |  No Comments »

 

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